Il carciofo (cynara è il nome in latino) era molto apprezzato anche dai Romani antichi, grandi estimatori al pari dei Greci, nonostante la pianta di allora fosse dissimile da quella oggi presente sui banchi del mercato, e somigliasse più a un cardo selvatico. Nei secoli successivi, la sua coltivazione in Europa fu abbandonata senza ragione e, di conseguenza, ne calò drasticamente l’uso in cucina. Ricompare in Italia alla fine del Medioevo, a seguito di grosse importazioni dall’Etiopia, cominciando con la Toscana - pare che Caterina de’ Medici, vera anima gourmet del Rinascimento, ne fosse assai golosa, al punto di portarlo con sé Oltralpe, quando lasciò la sua terra per divenire regina di Francia. Si diffonde poi in Germania, Sicilia, Veneto e Francia.
Il ruvido carciofo dal cuore tenero e gustoso troverà posto anche nell’araldica del tempo, raffigurato su scudi e gonfaloni come simbolo di speranza. Una curiosità: nonostante la presenza importante nella tradizione culinaria del centro-sud Europa, il carciofo odierno - già ‘carciofano’ nel XVI secolo, come lo definì Bartolomeo Scappi nella sua “Opera dell’arte del cucinare” - deve la radice del suo nome attuale non al latino Cynara o al greco Kinara, bensì all’arabo ‘al-kharshuf’.